mercoledì 15 agosto 2012

... la luce era diversa, la macchina fa schifo!

In effetti può succedere, affidandosi all'elettronica, di trovarsi in mano uno scatto fatto al tramonto praticamente identico ad uno realizzato a mezzogiorno, o a un bel ritratto dove è a fuoco solo un enorme naso, o ancora tutto irrimediabilmente mosso o con tonalità verde! Pazienza, ormai il momento è andato e a noi non rimane che raccontare con commozione com'era bello il posto spiegando a monitor su scatti banali, che cosa avremmo cercato di fotografare! Una volta c'erano le diapositive e al buio si poteva dormire... bastava ogni tanto grugnire per manifestare attenzione. Ora fortunatamente queste "cose" vengono postate su Facebook, e ci è sufficiente mettere un "mi piace" senza sforzarci di guardare nulla!
Ma mettiamo il caso che volessimo evitare di perdere tanti ricordi... dove abbiamo sbagliato?
Il bello della faccenda è che non abbiamo sbagliato niente! la macchina da sola ha scelto tutti i parametri (diaframma, tempo di scatto, bilanciamento del bianco, punto di messa fuoco, ecc.) per ottenere una foto standard, a meno che non gli abbiamo impostato un preset apposito per la situazione in atto!
I toni caldi del tramonto, vengono interpretati come una dominante cromatica e corretti in automatico "raffreddando" il sensore, e così la penombra del tramonto viene sovraesposta per dare una luce ordinaria... la messa a fuoco a trentamilionidipuntionderati andrà a cercare il punto più vicino nell'inquadratura, ma se per caso la luce non è sufficiente, abbinando il punto scelto, con il diaframma aperto, tutta la foto apparirà sfocata e magari pure mossa!
Considerate le poche cose tecniche che servono a realizzare uno scatto decoroso, e per di più, che qualsiasi rivista di settore, nell'arco di uno o due anni chiude ciclicamente tutti gli argomenti necessari, e ancora, che gli stessi sono riportati in un qualsiasi manuale di fotografia, meglio se degli anni 70, così c'è solo quello che serve sapere... considerato tutto questo quindi, torno a ripetere, che fino a che non si è appresa la tecnica, la cosa migliore sarebbe avere una buona macchina, con un bel mirino e basta!
Non è proprio vero... ci vogliono:
1) tre obbiettivi fissi per cominciare: un bel 24 mm, un 50 e  un mediotele, direi un 105. per anni ho fatto quasi tutto con questi, poi ho sostituito il 50 con un 35 che personalmente mi dava maggiori soddisfazioni.
2) un cavalletto, o anche un monopiede. non c'è niente di meglio per aiutarci a studiare la composizione che  aiutarsi col cavalletto. non serve che sia enorme, basta che sia stabile e proporzionato al peso della macchina! Un consiglio: con la macchina sul cavalletto è bene usare l'autoscatto per tutti gli scatti... le foto vengono più ferme e nitide!
3) un filtro polarizzatore, il cui effetto è l'unico che non possiamo riprodurre in posproduzione. (cosa fa cercatevelo con Google!)

Con queste poche cose, dovendo imparare, consiglierei di cominciare a scattare in manuale e in bianco e nero. Per il B/N impostiamo già la macchina se ce lo consente, perchè è l'unico modo per apprendere, senza distrazioni, la corretta esposizione ed il contrasto cromatico. Poi, uscite apposta per fotografare, o da soli o con altri fotografi, non c'è niente di peggio di un rompiballe che vi fa fretta, cercando soggetti che siano ripetibili nel tempo... architetture, scorci urbani, paesaggi, anche se non fossero la vostra aspirazione serve per imparare! portatevi dietro un blocco notes, dove appuntarvi non i dati tecnici, che comunque rileggerete sui metadati, ma quali fossero le vostre intenzioni al momento dello scatto: soggetto, sensazioni, luce, atmosfera... a volte ci si dimentica perché si è scattato, in modo particolare all'inizio quando spesso le cose sono diverse da come ce le saremmo aspettate.
Tornate poi a rifare gli scatti che non vi hanno dato soddisfazione, provando a cambiare inquadratura, profondità di campo, orario dello scatto e quindi luci ed ombre. rifate gli stessi scatti fino a che non sarete soddisfatti. Questo è un esercizio eccellente, perché vi consente di provare, sperimentare e verificare, fissando tutto nella memoria, ed inoltre dovrebbe aumentare la vostra capacità narrativa e compositiva.
Poi, passeremo al colore, ed ai nuovi problemi...

sabato 4 agosto 2012

A, T, P e presets


Abbiamo parlato di esposizione e di profondità di campo, di come queste possano determinare il risultato finale dell’immagine anche in termini di comunicazione e di composizione, ma di fatto, quali strumenti abbiamo per controllare questi parametri? Abbiamo anche gia detto, che meccanicamente, gli unici due parametri modificabili sono: il tempo di esposizione ed il diaframma, e che gli stessi possono essere modificati a step che generalmente dimezzano o raddoppiano i tempi o la luce  che passa dall’obbiettivo. Di fatto questi sono veramente gli unici due parametri da controllare. Ma allora perché le varie fotocamere  vengono proposte con migliaia di presets diversi, con una pletora di diverse impostazioni, le quali comprendono ogni possibile permutazione dei fattori ambientati del globo terracqueo?
Mi sentirei di dire per fattori di mercato, ma anche per offrire magari una maggiore comodità a chi, bontà sua, non ha nessuna voglia né necessità di apprendere l’arte della fotografia.
Tornando indietro di qualche decennio, ci accorgiamo che sulla macchina fotografica erano presenti due selettori: quello dei tempi, sul corpo macchina e quello dei diaframmi sull’obbiettivo. Erano assolutamente sufficienti per fare esattamente quello che si fa adesso, solo che era necessario che il fotografo, guardando nell’obbiettivo, si accollasse l’onere di girare entrambi i selettori per determinare l’esposizione corretta! Quanta fatica, per non parlare degli errori, che poi erano visibili solo dopo lo sviluppo della pellicola… con l’avvento dell’elettronica (ma parliamo credo degli anni 70 del secolo scorso) le case produttrici hanno inserito diverse modalità di scatto utili a semplificare il lavoro dei fotografi, minimizzando anche la possibilità di errori grossolani di esposizione. Sono comparse quindi le modalità “A” e “T”, vediamo di cosa si tratta. La definizione corretta è modalità a “priorità di Diaframmi” in modo “A” e “priorità di tempi” in modo T, ovvero, assodato che l’esposizione corretta è data da una coppia tempo diaframma, in base a quanto misurato dall’esposimetro, allora in modalità priorità di Diaframmi, il fotografo decide il diaframma impostandolo a suo piacimento e la macchina, in automatico decide il corretto tempo di scatto, viceversa in modalità priorità di tempi. Niente di trascendentale, si tratta di matematica. Perché “priorità” perché spesso è importante, a livello compositivo controllare la profondità di campo, ed allora saremo noi ad impostare i diaframmi, in particolare nei ritratti o  nel paesaggio, i tempi di scatto saranno impostati di conseguenza dalla macchina fotografica. Nel caso invece di foto sportive, caccia fotografica ed altro, probabilmente sarà più importante decidere un tempo rapido, oppure lento se vogliamo un mosso creativo… il diaframma sarà secondario!
Forse queste due modalità di scatto sarebbero sufficienti a coprire tutte le necessità di un fotografo avanzato, ma se vogliamo rendere obsolete le vecchie macchine e riaprire il mercato, è importante inserire il “p” che sta per program, modalità nella quale è la macchina a decidere tutto tranne che l’inquadratura, un sistema che va bene per tutto e per niente, infatti per dargli maggior efficacia vengono introdotti i “presets” con tutte le possibili modalità in cui in modo grafico decidiamo se dare priorità ai tempi o ai diaframmi scegliendo direttamente il modo ritratto, macro, paesaggio, neve ecc. ecc.
Chi ha usato tre volte una reflex non userà mai più i presets, che invece trovano largo utilizzo nelle compatte dove l’utente medio non è interessato a perdere tempo a studiare le regole della fotografia, aggiungerei a buon diritto.
Pensando però in questa sede di rivolgermi ad appassionati o futuri tali, io consiglierei di non perdere tempo a valutare inutili ammennicoli tecnologici, ma verificare ad esempio che la macchina che acquistate abbia la possibilità di impostare rapidamente una sovra o sottoesposizione da utilizzare in combinata con la modalità a priorità di diaframmi, e che sia comodo cambiare i parametri in manuale, perché spesso la modifica dei tempi o dei diaframmi, necessita di combinazioni di tasti tali da farvi allontanare il mirino dagli occhi perdendo preziose inquadrature. La modalità manuale è sostanziale in quasi tutte le situazioni poco al di fuori della norma… chiese, foto di teatro, macro, riproduzioni, ecc ecc ovvero per tutte le situazioni di luce non standard dove occorre il controllo della situazione.

mercoledì 22 febbraio 2012

Soggetto, Dof o Pdc doh!


Cos'è che fotografiamo? Qual'è la parte di realtà che ci coinvolge emotivamente così tanto da farci sentire la necessità di scattare... di tramandare la nostra personale emozione? A parte il riprodurre copie di altre foto che abbiamo già visto, l'ispiratore del nostro argomentare è il soggetto. Non esiste una fotografia che possa dirsi tale (a meno di avanguardie che ne neghino esplicitamente l'esistenza) dove non compaia il soggetto! Il problema è proprio questo, il soggetto spesso non compare, un po' perché ciò che ci ha colpito della scena è la somiglianza di un qualcos'altro già visto, per cui il soggetto è solo nella nostra testa, la foto risulta come un film senza trama. In altri casi c'è, ma non siamo capaci a metterlo in evidenza per tutta una serie di motivi tecnici e compositivi... 
Continuo a ricordare le parole di Adams... le fotografie sono come le barzellette: se le devi spiegare vuol dire che sono venute male!
Quand'è quindi che una foto "viene male", quando il soggetto che ci eravamo prefissati di immortalare, è confuso o del tutto assente, nascosto nello sfondo, invisibile per imperizia tecnica, inefficace nella composizione e nella narrazione!
Ci sono delle "regole" e degli "artifizi tecnici" che ci aiutano nella narrazione, nel raccontare la nostra emozione dando una chiave di lettura univoca (o prevalente) ai nostri scatti, ma prima di tutto è necessario che al momento dello scatto ci poniamo una domanda ben precisa: "cosa stiamo fotografando?" 
Detta così sembra assolutamente banale, ma spesso fotografiamo un contesto nella speranza che nello scatto, come per magia, ricompaia quell'atmosfera o quella sensazione che ci ha ispirato. quante delusioni! Ma proviamo a capire: immaginiamo uno scorcio di campagna a primavera, un prato normale, non curato, con tanti fiori ma piccoli, selvatici... il profumo di qualche albero vicino, chissà quale, poi spesso gli odori più intensi arrivano da essenze esteticamente anonime...la luce calda e magari un alito di vento, il rumore di acqua che scorre. seduti su un sasso divoriamo una focaccia con la mortadella e il profumo ci entra nel naso regalandoci un ineguagliabile appagamento sensoriale! ci vuole una foto per ricordare! evviva! scattiamo e portiamo a casa un prato anonimo per poi spiegare agli amici, torturati con l'imposizione della visione delle foto delle vacanze, che il prato sembra così tutto uguale, ma in realtà i verdi erano tanti, stranamente l'occhio ne coglie di più... (mah!... con quello che ho pagato la macchina!) poi c'erano un sacco di fiorellini, ma sono piccoli e non si vedono, il cielo era di un bell'azzurro tenue e pastellato, purtroppo è venuto bianco e bruciato e se abbiamo una nota marca di fotocamere, anche con un'orrida dominante magenta, poi la in fondo c'era il ruscello, ma di qua non si vede, e il gusto della mortadella è solo un vago ricordo in fondo al nostro cuore! 
I soggetti erano tanti: i fiori, il ruscello la luce calda, i verdi del prato, la focaccia... noi non ne abbiamo scelto nemmeno uno, e dato che il mezzo tecnico è limitato per scelta sua ci siamo portati a casa niente. Attenzione che spesso, anche se a malincuore, dobbiamo essere consci del fatto che "questa foto non s'ha da fare" perchè è tecnicamente impossibile (salvo pensarla con grande lungimiranza gia aperta su photoshop, con le idee molto chiare sulla postproduzione!).
Viceversa, se ci prendiamo la responsabilita delle nostre scelte, ed abbiamo le conoscenze tecniche per realizzarle, qualcosa di buono lo si porta sempre a casa.
Le armi a nostra disposizione, oltre ovviamente alla corretta esposizione, sono: la profondità di campo e la composizione. Tralascerei per il momento la composizione, per la quale occorrerebbe forse un'intero manuale che comprenda le regole, il modo di negarle, e la restaurazione delle stesse in opposizione alla precedente negazione, parlando per pochi istanti della profondità di campo (pdc) che è una semplice legge dell'ottica. In inglese la troverete su trattati e manuali come Dept of Field (dof). Ricordate quando parlando delle coppie tempo diaframma nell'esposizione scrissi che erano indifferenti fatto salvo necessità di composizione? ebbene ci siamo arrivati. Posso ottenere la medesima esposizione variando tempi e diaframmi in direzione opposta, quindi la luminosità della foto sarà "indifferente", ma all'aumentare dell'apertura del diaframma (andando cioè verso i numeri più piccoli) varierà la  porzione di immagine a fuoco. Questa capacità dell'obbiettivo di mettere a fuoco solo una parte della realtà davanti e dietro al soggetto si chiama appunto "profondità di campo".
Le due immagini seguenti servono per rendere giustizia al concetto descritto! 
f22, Profondità di Campo elevata

f4.5 profondità di campo scarsa.. avrei potuto aprire fino a 1.4
ma in questo caso  ho preferito che lo sfondo fosse ancora leggibile!

Ricordiamo  la successiva serie di concetti fondamentali per chiunque voglia realizzare qualcosa di buono:
1) per isolare un soggetto, lo si mette a fuoco e si apre al massimo il diaframma per sfocare il contesto (generalmente tutto ciò che gli sta dietro)ovvero occorre scegliere diaframmi 2,8 2 o anche meno, questo vale soprattutto per i ritratti. Va da se che se il nostro obbiettivo ha un'apertura minima di 5,6 l'effetto sfocato ce lo scordiamo
2) per fotografare un paesaggio è meglio chiudere il diaframma per mantenere una buona nitidezza complessiva. tutti gli obbiettivi arrivano almeno a f22, ma non sempre l'estremo è la scelta più adatta.
3) la qualità dello sfocato (bokeh) dipende dalla quantità di lamelle del diaframma: più sono e meglio è
4) la quantità dello sfocato è direttamente proporzionale alla focale dell'obbiettivo, ovvero un 200mm f2,8 sfocherà molto di più di un 24mm f2.8

5) purtroppo la qualità dell'obbiettivo è proporzionata (ed a volte sproporzionata) rispetto al prezzo dello stesso: con diaframmi molto aperti gli obbiettivi scarsi presentano gravi problemi di vignettatura (angoli più bui del centro) e di fringe (bordi molto contrastati con dominanti blu o rosse), chiudendo il diaframma il problema si attenua ma poi si ripresenta con diaframmi molto chiusi. In certi casi lo spessore delle lamelle, con diaframmi oltre f22 diventa significativo per le riflessioni su di esso e le immagini risultano impastate. Normalmente le ottiche sono ottimizzate per lavorare a f8 / f11, per cui se ci serve nitidezza occorre impostare questi due valori. Ci sono obbiettivi (io ad esempio ho un 70-200 di quelli bianchi), che sono quasi perfetti a tutte le focali, sono realizzati con lenti asferiche, vetri a bassa dispersione, e concepiti per una resa "apocromatica" ovvero ottimizzati affinché la messa a fuoco delle lunghezze d'onda fondamentali della luce avvenga su un unico piano. Qua la questione è quasi esoterica, nel bianco e nero su pellicola, quest'ultimo problema era poco significativo, con le pellicole a colori, i dei tre strati di emulsione erano sovrapposti in modo da minimizzare il problema; col sensore che è assolutamente complanare, il problema è nuovamente sensibile!
6) le ottiche fisse sono (salvo rare eccezioni) enormemente migliori degli zoom in termini di qualità, ma ormai siamo abituati ad avere tutto e subito e cambiare obbiettivo o fare un passo avanti o indietro, ci procura disagio e quindi un bel 18-600 f8:f16 (che sono le aperture minime alle due focali estreme), il quale avrà probabilmente la stessa qualità del fondo in vetro di un'albanella di acciughe sotto sale, appagherà la nostra pigrizia livellando molto in basso il senso critico!


Detto questo ci rendiamo conto che la nostra possibilità di scelta è estesa a due differenti momenti: il primo è quando mettiamo mano al portafoglio per acquistare l'attrezzatura, il secondo è nelle scelte tecniche che adottiamo in ogni singolo scatto.
nell'acquisto non fidatevi di nessuno: provate macchine e ottiche: i parametri di valutazione delle riviste sono oggettivi e scientifici, ma un'ottica o un sensore tecnologicamente eccellenti potrebbero non soddisfare il nostro gusto personale in termini cromatici e di nitidezza! In bocca al lupo!

sabato 7 gennaio 2012

Ispirazione e soggetto!


Ecco che nell’ultimo post torno a dire ciò che ho detto nel primo, ovvero che perseguire la tecnica allontana dal contenuto a tal punto che la tecnica stessa diventa il soggetto. Ma quindi cos’è il soggetto e cos’è che ci spinge a fotografare proprio quell’istante quella determinata cosa? Ovviamente da questo ragionamento è esclusa tutta la fotografia commerciale, quella realizzata su commissione… i matrimoni, le pubblicità ecc. che pur avendo spesso accessi artistici, hanno comunque un soggetto predeterminato da un contratto giustappunto commerciale. Parlo invece della fotografia amatoriale o artistica, quella spontanea che nasce dalla volontà personale di trasferire la realtà in un fotogramma. Ho conosciuto molti fotografi e fotoamatori, e devo dire che difficilmente sono riuscito ad individuare i motivi che li spingevano e tuttora in molti casi spingono, a scegliere il soggetto delle loro immagini.
Sono identificabili varie tipologie ricorrenti:
  •  Gli archivisti: la categoria forse più ricorrente, fotografano tutto. Io ad esempio spesso non fotografo i monumenti o certe emergenze note a meno che non veda qualcosa che mi colpisce e diverso da quello che trovo sulla guida turistica, sennò compro la guida. Forse il motivo è dimostrare di esserci stati… a volte ho avuto la sensazione che sia per rimandare le proprie emozioni: il viaggio è faticoso, segnato da tappe forzate, soggetto a ritmi da miniera… allora si fotografa tutto per avere poi a casa il tempo di godersi le cose, forse.
  • Gli insoddisfatti (in parte anch’io) quasi tutte le foto rimangono nel cassetto, o prima anche sulla pellicola, ora su HD, c’è sempre qualcosa che non va. Non è detto che sia nella fotografia… può anche darsi che sia la realtà che ha sempre qualcosa che ci da fastidio, sia estetico che psicologico. Personalmente mi infastidisce fare le fotografie dove si vedono cassonetti, cavi, macchine… quasi tutto ciò che è nel nostro quotidiano. Alla lunga non si fotografa più quasi nulla 
  • La conseguenza al 2 sono quelli che girano sempre con la fotocamera e non fotografano proprio più niente, pochissime immagini all’anno. In fondo credo sia un atteggiamento coerente… se vogliamo considerare la fotografia una forma d’arte, occorre che esista l’ispirazione. Se manca, l’immagine prodotta probabilmente sarà un inutile esercizio di stile. Rimane l’acquisto compulsivo! Chi non scatta proprio più ha spesso al collo una macchina equiparabile ad un gioiello
  • Al contrario esistono gli entusiasti, che spesso sono anche esibizionisti. L’ispirazione è vedere se stessi nell’atto creativo fotografando la verza al mercato, che potrebbero comprare e fotografare comodamente a casa, o anche no, tanto della foto di una verza da dopo Weston, non gli ne frega una mazza a nessuno. Questo particolare fotografo si riconosce perché è estraneo alla realtà che lo circonda, è li in una dimensione parallela dalla quale ci esplora, artista noncurante delle persone intento a trasmettere ai posteri quell’attimo irripetibile nella vita di una verzura soggetta ad inevitabile decadimento o ingestione.


In genere, la categoria che produce le cose migliori è quella formata dagli “emotivi” raggruppati come in una cerchia dantesca in tristi e felici. Chi è triste trae dalla malinconia un enorme patrimonio di ispirazione che ben si fonde con la realtà. I felici (che spesso però sono tristi camuffati) capaci di percepire la tristezza, la evitano creando immagini serene e bilanciate che travalicano il senso principale (la vista) trasmettendo un’emozione complessiva.

Quest’ultimo è un po’ il punto al qual spesso mi piacerebbe saper arrivare. Ciò che spesso non si coglie se si fa parte degli “insoddisfatti” è che il problema non è tecnico ma emotivo, e anche gli archivisti soffrono del difetto di memoria della fotografia, ovvero di riproporre un’immagine, ma al momento dello scatto tutti i nostri sensi erano coinvolti. Il nostro stato d’animo, quella particolare atmosfera che ci ha fatto pensare “ora faccio una foto” era il frutto di una concomitanza di input visivi, olfattivi, suoni e rumori, caldo freddo vento, fame sete, tutto concentrato in un millesimo di secondo in cui decidiamo di premere il pulsante di scatto. Credo che il segreto sia qui da qualche parte. Qualcuno ci riesce, vedendo un’immagine di evocano odori, sapori e sensazioni che vanno al di là dell’immagine. Non vi è capitato di sapere che proprio lì dovevate fare una foto perché c’era qualcosa di straordinario, ma non sapere esattamente cosa fotografare, non capire quale fosse il soggetto di quell’emozione che stavate provando. Poi scattate e riguardando la foto vi sembra un altro posto… non c’è niente di quello che ricordate. Non so di preciso come sia possibile, credo sia la “composizione” a rendere il soggetto così evidente a farlo immaginare oltre il visibile. Certo ci vuole tecnica, mezzi, ma soprattutto sensibilità, solo che purtroppo, e lo dico anche per me, la tecnica si impara, i mezzi si comprano ma la sensibilità…. Forse è in quest’inezia la differenza tra un ottimo artigiano e un artista, qualunque sia la forma espressiva scelta.

mercoledì 4 gennaio 2012

Strada o Accademia?


A volte mi sorprendo a parlare di cose che tecnicamente ho dimenticato. Ma se ne parlo! Infatti il dubbio che mi assale è questo: le ho veramente dimenticate o le applico inconsciamente? Fanno parte di un bagaglio tecnico naturale ormai acquisito o la tecnologia acquisita mi permette di ignorare tutto, potendo in postproduzione rifare l’immagine come mi pare? L’ ulteriore è questo: ma se applico una tecnica in post produzione, per ottenere il risultato (in termini compositivi e di illuminazione) significa che non li dimenticati ma solo rimandati, oppure è un modo di salvarsi in angolo quando non abbiamo il risultato?
Mi scopro a dare “buoni” consigli che io stesso non seguo e ad essere condizionato da cose che razionalmente rigetto come i compitini mensili delle riviste o dei corsi di fotografia.
L‘esito e soluzione di tutto questo pensare è una ulteriore domanda: ma la fotografia è per me un fine o un mezzo? Sembra retorico, ma l’aspetto in realtà è pragmatico. Il fine nei miei intenti sarebbe l’archivio e la comunicazione delle mie emozioni riguardo a ciò che mi circonda, utilizzando per renderlo tutto quello che ho a disposizione; ciò che prima facevo in camera oscura e ora al PC fa parte di un processo creativo complesso che utilizza, ormai, diversi mezzi dalla fotocamera al video alla carta alle presentazioni multimediali. E allora perché dico “sarebbe”? perché mi accorgo che a volte il tentativo è quello di ricreare un’immagine già vista, già provata e già a suo tempo scartata perchè non mia, ma frutto di un’educazione visiva e tecnica che inevitabilmente mi porta a spersonalizzarmi per individuare “le Geometrie”, le “cornici”, a scattare sempre in orizzontale perché così è il monitor e ancor prima lo era la tv; a non fare più foto in bianco e nero, perché col digitale mi sembra un falso, un’elaborazione troppo pesante, cosa che invece non è se allo scatto pensiamo già in Bianco e Nero, concedendoci il lusso di togliere alla narrazione ogni forma di distrazione. In sunto, l’immagine prodotta è il fine stesso di tutta l’operazione!
Qual è il problema a questo punto? Che anche chi guarda le immagini gode del mio stesso tipo di educazione e apprezza una serie di parametri che gli garantiscono una certezza estetica gratificante e al tempo stesso riconoscibili è facilmente tollerabile, senza la necessità di intervenire con pericolose interpretazioni. Perché fotografare un banale aspetto del quotidiano in bianco e nero, non serve da desktop, non mi rilassa, ma anche “non lo capisco” perché non è mio, ma è il punto di vista del fotografo che vattelappesca che emozione avrà raccolto da quel banale momento quotidiano.
Quindi la media delle immagini prodotte è ruffiana? Credo di si. Magari non volontariamente ma convergendo verso l’omologazione si ottengono molti più consensi e relative gratificazioni, si vincono i concorsi, si  è pubblicati, si collezionano i “mi piace” sul social network, ma a noi “ci piace?”. Siamo gratificati dal fatto che il nostro fine, al limite coincida con il mezzo tecnico?
Questo comporta che chi è brutto non deve essere fotografato, se non per scherno o denuncia; se non sono bello non ho diritto ad avere un ritratto? Potranno i posteri sopportare che ho il doppio mento, i capelli bianchi e che magari sono pure invecchiato? Penso anche che alcuni angoli cittadini abbiano il diritto di essere tramandati anche se non c’è niente in loro di particolarmente eccitanti, perché ciò che oggi è banale tra trent’anni sarà quasi storia e magari qualcuno si commuoverà vedendo la finestra di casa sua con i panni stessi in una via senza particolari connotazioni oltre a quella di esistere.
Di contro, mi trovo spesso a guardare le fotografie si Facebook di gente che non conosco, ma non per le persone, ma per il contesto, cerco di capire chi sono dai mobile che appaiono sullo sfondo, dai libri nella libreria, dai vestiti… è un grande patrimonio che si sta riversando in rete, purtroppo senza qualità tecnica, spesso figlio di cellulari, pieno di errori, ma con la dignità di una memoria che non può essere collocata in un’immagine costruita o accademica. In sintesi, mi viene il dubbio che le foto “dotte” rimangano una cosa settaria e chiusa al mondo dei fotografi e dei giudici dei concorsi manieristi, mentre, un domani, verrà considerata fotografia quella fatta col cellulare e postata sul social, perché cruda e reale.

giovedì 1 dicembre 2011

Perchè la mia macchina sovraespone?

spesso mi è capitato di sentire, specie con il digitale, che una macchina fotografica sovraespone. La macchina non è soggetto pensante, quindi non credo che sovraesponga in modo deliberato per darci fastidio. poi, entrando più approfonditamente nel merito della situazione, succede di scoprire che sovraespone solo i cieli e le alte luci... anzi capita che a volte sottoesponga le ombre. 
Raramente costoro che lamentano i suindicati difetti della "macchina ingrata", proditoriamente interrogati, conoscono il significato di latitudine di posa, grigio medio, contrasto cromatico, ne tantomeno i metodi di esposizione (spot, prevalenza centrale, media ponderata) ma sanno solo che sull'articolo sponsorizzato dove hanno letto i miracoli del modello poi acquistato si parla di esposizione a matrice tridimensionale esoterica ridondante ciclica agli ioni di titanio, che purifica l'aria mentre misura la luce.
Quindi, se non conosciamo questi termini, e lasciamo decidere un oggetto inanimato, la cui propensione artistica è quella di un ingranaggio, verranno ottime immagini sempre che scattiamo il tema del mese della rivista che ha sponsorizzato l'acquisto (attraverso una cornice, il mercato, un controluce diverso, le rughe della nonna mentre distorce la bocca perché le ho pestato un callo).
L'esposimetro (mo ci tocca) altro non è che un misuratore di luce, che si chiama così perché invece di restituirci un valore numerico per il dato rilevato, lo traduce in un tempo adeguato a restituire sulla pellicola o sul sensore un "grigio medio al 18%" (che in virtù della percezione logaritmica della luminosità si pone esattamente al centro tra la visione del bianco e del nero). Questa è "l'esposizione" ed è più facile da comprendere in bianco e nero... poi parleremo del colore.

nell'immagine il grigio medio è quello con scritto sopra "M"

Quindi, se invece di far decidere alla macchina, settiamo un'esposizione semispot (al centro dell'inquadratura) e puntiamo l'obbiettivo su qualcosa, dopo lo scatto quest'oggetto sarà rigorosamente grigio medio (salvo intervento dello stampatore). Sarà grigio medio un volto, ma anche il mare, e così un marmo oppure la neve. Da questo valore di grigio una pellicola è in grado di registrare correttamente (parliamo di una 100 asa standard) 3 diaframmi in più e tre diaframmi in meno, il resto sarà o nero o bruciato. Un sensore digitale, come una diapositiva 2 diaframmi in più e forse tre in meno. Questa si chiama latitudine di posa. ( nell'immagine le gradazioni di grigio non corrispondono ad un stop)

Se vogliamo sfruttare correttamente tutta la capacità di registrazione della pellicola o del sensore, è necessario saper riconoscere cosa in una scena si avvicina di più alla riflessione del grigio medio 18% e poi eventualmente operare le opportune correzioni. 
Ad esempio in un ritratto, lavorando in manuale, sarebbe opportuno prendere l'esposizione corretta sul volto o sul palmo della mano del modello, poi aprire il diaframma di uno o due scatti a seconda della quantità di imperfezioni e di rughe che vogliamo mostrare (più luce diamo e più abbassiamo l'età della persona ritratta)!
Ma se intorno ci sono sorgenti luminose forti o parti in ombra? Saranno chiuse o bruciate, non importa, non dimentichiamo che una foto deve avere un soggetto e questo deve essere preservato nella ripresa... il posizionamento nell'ambiente sta all'esperienza del fotografo.

Nel caso dei paesaggi con apparecchiature digitali, facilmente prendendo l'esposizione a "terra" otterremo dei bei cieli bianchi bruciati! con alcune marche questo difetto è più evidente, con altre meno. Soluzioni? varie... prima di tutto un bel polarizzatore che abbassa la luminosità del cielo, poi cerchiamo di sottoesporre, io in genere mi fermo uno stop sotto, perchè in post produzione è più facile schiarire le ombre che non scurire le luci. 
In questi termini, così come faceva Ansel Adams, la produzione di una fotografia inizia con la visualizzazione e finisce con la stampa, perchè il processo creativo si esplica in più passaggi. Se fatto consapevolmente non è "recuperare una foto sbagliata", ma raggiungere un target per step successivi. Quindi non vi curate delle frustrazioni di chi vi dirà "certo te puoi fare quello che ti pare poi rifai tutto in photoshop" significa probabilmente che non è cosciente dei limiti della tecnologia.

domenica 27 novembre 2011

7 - la preistoria!

Oggi, domenica, ordinando in casa ho sfogliato alcuni numeri di Photo dell' 86. erano i tempi dell'apice della notorietà delle Top Models, quelle che non sono passate, ma che hanno segnato un momento del nostro costume e ahimè, l'inizio di un trend culturale volto alla massima espressione esteriore... vali se sei bello. Ma la cosa che mi ha colpito, è che tutto si svolgeva prima del digitale. Queste donne, bellissime indubbiamente, anche in fotografia sembravano vere! un lividino sulla coscia della Herzigova, la ricrescita sotto le ascelle della Christensen, la pelle che sembra pelle, le labbra normali (e qui non c'entra photoshop). Non che questa cosa abbia suscitato in me particolari emozioni, all'inizio non capivo cosa c'era di strano ed ero confuso, poi ho visto le "imperfezioni". Che stranezza! ti viene da pensare che incontrando una di loro per strada quasi quasi la riconosceresti... forse ora no, magari ora anche le loro labbra sembreranno grotteschi canotti, gli zigomi saranno sopra le tempie, i loro volti scelti a catalogo sembreranno tutti uguali come quelli di tante signore più o meno attempate che frequentano lo show business. Insomma è vero che potrebbero essere considerate il punto di partenza di una tendenza culturale dove il fuori conta più del dentro, ma è anche vero che almeno erano quelle che vedevi, vere, materiche! 
Ora molti portano avanti lo stesso alto ideale del raggiungimento della assoluta bellezza esteriore e barando! E' anche probabile che poi ci credano in pochi,  la cosa che mi colpisce di più è che ci credano loro.
Questo sarebbe da tenere presente quando affronteremo le tematiche legate al fotoritocco. Tutto quello che attiene la regolazione delle luci, dei contrasti dei toni, della morbidezza o nitidezza delle immagini, credo sia eticamente ammissibile... si faceva i camera oscura e serve a minimizzare il difetto proprio del "mezzo" fotografia! anche levare qualche imperfezione ... un brufolo, una schiarita alle venuzze negli occhi... in fondo oggi ci sono domani no! se c'erano il giorno della foto alla fine è un fatto di sfortuna! 
Però sarebbe poco etico cambiare lineamenti dimagrire o aumentare una taglia in modo localizzato, cambiare il taglio degli occhi, allungare le gambe e accorciare il naso, insomma ciò che fa di una persona sostanzialmente un'altro!
Mi capita di fare post produzione per altri, e le richieste sono sostanzialmente di questo calibro. 
Rimane un ultimo settore di attività che è la post produzione Fantasy, dove si modifica completamente la scena, i fondali, si effettua il make up digitale, spesso con aggiunta di modificazioni ed alterazioni orientate prevalentemente al Cosplay con soggetti di provenienza Anime o Manga. Qua però si parla di un atto creativo completo che poco ha a che fare con la fotografia, la quale entra in un processo che va dal trucco, all'abito, e anche all'interpretazione che il soggetto da  del suo personaggio